Gli sfigati del Rock: Chad Channing e l’addio ai Nirvana

Durante la cerimonia che conduceva, giustamente, i Pearl Jam nell’Olimpo della Rock’n Roll of Fame, sul palco del Barclays Center di Brooklyn, il bassista del gruppo di Seattle, Jeff Ament, ha voluto ricordare una parte di quanti non sono stati ammessi indossando una maglietta con su stampati i loro nomi.

Tra gli artisti che vi erano riportati Nine Inch Nails, Sonic Youth, Kraftwerk, Smiths, Elliott Smith, Motörhead, Kraftwerk, Kate Bush e il batterista originale dei Nirvana Chad Channing, il quale nel 2014 non fu introdotto nella Hall of Fame con il resto della band.

Oggi ci occupiamo proprio di lui. Chad Channing era alla fine degli anni ottanta un noto batterista nell’area di Seattle e, dopo avere assistito nel maggio 1988 a un concerto dei Nirvana, contatta il gruppo e dopo una jam session viene preso come elemento. Registrò molto materiale con la band, il singolo Love Buzz, l’EP Blew, la stragrande maggioranza del materiale facente parte di Bleach e parte di Incesticide, From the Muddy Banks of the Wishkah e With the Lights Out.

Alla fine di maggio del 1990, Chad lascia i Nirvana, nei quali verrà sostituito da Dave Grohl. Secondo quanto affermato più volte dallo stesso Dave Grohl alcune delle ritmiche degli album successivi alla sua dipartita prendono spunto da idee lasciate in eredità da Channing.

I dettagli della separazione sono raccontati dal libro di Gillian Gaar, “Nirvana-Entertain Us” . Secondo questa ricostruzione, Chad non lasciò il gruppo: ne fu allontanato. A quanto pare, però, fu lo stesso Channing a “spingere”, in qualche modo, Cobain e Novoselic a fare il primo passo. Alla base il desiderio della band di trovarsi un batterista migliore nel momento in cui si attuò il passaggio dalla Sub Pop ad una Major e quella sensazione di estraneità dal resto del gruppo sempre provata dal drummer di Santa Rosa.

Eppure lo stile di Channing si sposa con molte delle canzoni del periodo Bleach (emblematica in questo senso la session allo Smart Studio nell’Aprile del ’90). Poi, certo, risulta evidente che con Dave Grohl le cose andarono a migliorare ed i Nirvana sono diventati un fenomeno mondiale anche grazie a lui. Ma questo è un altro discorso.

Noi non possiamo non pensare a Chad e a cosa gli sia passato nella testa quando Nevermind è finito in vetta alla classifica statunitense Billboard 200. E i tour mondiali. E tutto il resto. Non deve aver trascorso dei bei pomeriggi.

Ora è chiaro che per chi ha contribuito a fare la storia dei Nirvana, partecipando alle registrazione dell’album di debutto Bleach e ad alcune parti del brano Polly (presente in Nevermind) prima di lasciare la batteria a Dave Grohl, reclamare per sé un piccolo posto nella Rock and Roll Hall of Fame non sia stata, evidentemente, una richiesta così tanto assurda. Ma il destino avverso non gli ha regalato neanche questa piccola soddisfazione.

Ebbene sì, anche Chad Channing finisce tra i personaggi che sono passati davanti all’ingresso principale dell’Olimpo del Rock e che, invece, sono finiti nel triste anonimato.

Sfigato del Rock numero due: onore a te Mr Channing.

Il Poeta

Sono farraginoso nel parlare eiaculando figure di merda oratorie una cazzata sì e una cazzata no

Lingua intorpidita d che diventano t l’interruttore nel cervello che fa clip clap

Valgo quanto un tagliando di un supermercato in operazioni di edulcorata espressione dialogica

Sono esattamente come quelle stronzate scritte sui bigliettini d’auguri

Siate pronti ai miei monosillabi di risposta quando darò un’intervista

 

Onestà intellettuale di merda a cena con chi usa il mio culo letterario

Vorrei essere un duro e strappare una percentuale in più sulla mia soddisfazione pecuniaria

Vorrei tenermi dentro un paio di lacrime quando mi sentirò malvagio pensando alla sfortuna globale

Per la prima volta sono stato sincero grandina d’estate non è tempo per andare al mare

Non disprezzatemi per questo poche persone decidono cosa in questo mondo

 

Non inculatemi avvoltoi assatanati desiderosi di strapparmi il cuore dal petto

Non pubblicatemi se detestate il mio mettere a nudo la mediocrità di questi stupidi infelici

Non mi do mai ascolto dovevo zappare la terra nella frescura di un’alba umida

Non datemi tregua se rinnegherò il titolo di questa poesia

Sono solo il figlio dei limoni degli anni ’70 e non fateci caso se non volete

 

Scriverò potendo fare qualunque altra inutile stronzata

fino all’ultima metaforica goccia d’inchiostro – il gioco incostante delle parole

Fino all’ultima pagina bianca – il tenero nulla in attesa di me

I miei occhi presuntuosi litigano con il cielo e con fiotti di nuvole che imperversano da quelle parti

Le mie mani pigiano tasti alla rinfusa il suono che ne esce è tenero quanto mordere un coltello

 

Bastano pochi zampilli d’immaginazione per rendere un favore alla mente dell’umanità?

O devi assolutamente vivere e solo poi sederti a riflettere sulle proiezioni della realtà sulla tua vita?

Il dubbio l’idea scrollati di dosso le tue paure scrivi di noi

Diventa un vero uomo e vivi una vita da uomo scrivi del silenzio

Scrivi l’ultima eterna lettera alla morte ed è quello

solo quello che alla fine resterà tra i tuoi testicoli delicati

e la bara

Gli sfigati del Rock: la vita di Pete Best mentre i Beatles conquistavano il mondo

Immaginate un po’ come sia stata difficile la vita per Pete Best.

Sapete chi è Pete Best? No Eh? Chi è che riesce ad associare il nome di Pete Best a quello dei Beatles? Pochi. Quasi nessuno.

Pete Best è stato il batterista dei Beatles tra il ’60 ed il ’62. Quando fu cacciato e sostituito con Ringo Starr, i Beatles cominciarono la propria scalata verso l’Olimpo della musica. Accadde nell’agosto del 1962: il produttore George Martin individuò Best come l’anello debole del gruppo e decise di licenziarlo, per ingaggiare Ringo Starr.

“I cambiamenti fanno parte della vita. Si è detto di tutto sui motivi di quella scelta, ma ancora oggi non saprei spiegare perché è successo. Restano solo due persone che conoscono la verità; se riesco a scoprirla, bene; altrimenti dormirò tranquillo lo stesso” – ha detto l’ex Beatle in una recente intervista.

Ma torniamo un pò indietro.

Proprio agli inizi, la madre gestiva parallelamente al manager ufficiale quello che lei amorevolmente definiva il “gruppo di Pete”, conducendone a Liverpool il quartier generale del Casbah e fornendo il supporto di un telefono fisso e del furgone per gli spostamenti del gruppo.

Pete aveva un carattere introverso e condotte che compromettevano l’unità della formazione, specialmente nel contesto di Amburgo, la città della prima scrittura per la band. Nella città tedesca, infatti, dopo i primi momenti cominciò a evidenziarsi un’incrinatura fra Best e il resto del gruppo. Il batterista aveva un carattere schivo e taciturno, che male si armonizzava con quello brillante e farsesco degli altri. Mentre tutti gli altri indossavano abiti uguali sul palco, Pete suonava in maniche di camicia. Il batterista fu l’unico a non adottare la nuova (oggi inguardabile) pettinatura a caschetto suggerita da Astrid Kirchher. E si rifiutò, a differenza del resto della band, di assumere le anfetamine – sotto forma di pastiglie di Preludin – che servivano per mantenere le energie durante quei tour de force.

Comunque, secondo alcune ricostruzioni, benché fosse l’elemento che legava meno col resto del gruppo e che preferiva appartarsi mentre gli altri elementi socializzavano, Best si era rivelato un elemento fondamentale per la notorietà dei Beatles: il batterista – che ad Amburgo aveva sviluppato un personale stile batteristico che gli aveva procurato il nome di “Atom Beat” – era molto popolare a Liverpool per il suo aspetto tenebroso e aveva un notevole seguito di ammiratrici, in certi casi molto superiore a quello degli altri componenti. Una volta, per accontentare le fan, si ricorse persino a un’insolita collocazione della batteria in primo piano rispetto agli altri strumentisti sul palco.

Altre ricostruzioni, invece, evidenziano come Best sia stato sostituito semplicemente perchè non era bravo quanto gli altri.

Sta di fatto che fu mandato via ed il suo posto fu preso da Ringo Starr. Da quel momento primi singoli e immediato successo planetario.

Si dice che Paul Mc Cartney abbia mantenuto rapporti costanti con l’ex membro, invitandolo spesso anche ai suoi concerti. Una magra consolazione. Cosa volete che vi dica, io non riesco a non farmi questa domanda: come sarà stata la vita di Pete, pensando che sarebbe potuto diventare il batterista più famoso del mondo, impaginato nella storia della musica per i prossimi due o tre secoli?

La risposta non riesco a trovarla o, forse, non esiste.

“Nessun rimpianto, è andata così” – ha detto Best, in un recente incontro a Torino con i fan italiani. Difficile credergli.

Pete Best, sfigato del rock numero uno. Ti vogliamo bene.

 

Foto Dailymail

Riappacificate i Gallagher: non ho ancora visto un concerto degli Oasis

La reunion degli Oasis è uno degli argomenti più dibattuti nel mondo della musica rock. Sono tantissimi i fan convinti che la band abbia ancora molto da dare al mondo della musica e sperano dunque in una riappacificazione tra i fratelli Gallagher.

“E’ lusinghiero il fatto che si parli ancora di noi e di quello che abbiamo fatto. Ma per certi versi è anche buffo, rappresenta alla perfezione la strana psiche inglese. Quando stavamo insieme la stampa non aspettava altro che la nostra ‘implosione’. Ora che ci siamo sciolti sembra che non vogliano altro che torniamo insieme.”

Parola di Noel Gallagher, uno che quando ha qualcosa da dire non si tira indietro, per usare un eufemismo. Ecco alcune perle:

Che tempo che fa e Fabio Fazio – «Quella trasmissione italiana è stata un cazzo di strazio. E non parlo del playback, ma dell’intervista. C’è una persona in carne e ossa davanti a te che ti fa delle domande in italiano, mentre un fantasma nell’orecchio te le traduce in inglese. Può succedere e quando succede è davvero imbarazzante».

One Direction – «Idioti del cazzo…e stanno vincendo. Gli unici a perdere sono gli imbecilli come me che alle 9:30 di mattina trascinano i figli fuori di casa per portarli a scuola. E poi hanno sputtanato una bellissima canzone di Blondie».

Essere fighi – «Non sei figo se te ne stai in un angolo, fumando sigarette, sorseggiando champagne tra una citazione di Kerouac e l’altra. Sei un figo se non te ne frega un cazzo di quello che dice la gente e di come ti vesti. Sei figo se non fai il figo».

Twitter – «Se fossi io a gestire il mio profilo Twitter, probabilmente sarei già in carcere. Tendo un po’ troppo a scrivere prima di pensare».

La Apple – «E poi è arrivata la Apple a distruggere questo mondo del cazzo. La cultura giovanile non esiste praticamente più, adesso si basa sui gadget tecnologici. È come se fosse la Apple a influenzare la cultura giovanile, non il contrario».

Adele – “Penso che la sua sia musica per nonnette”.

Il fratello Liam – «È selvaggio, arrogante, sinistro e pigro. Non potreste mai conoscere persona più arrabbiata a questo mondo. È un uomo con la forchetta su un pianeta di zuppe».

Il rapporto burrascoso con Liam è stato, probabilmente, il punto nevralgico dello scioglimento degli Oasis. Come dargli torto: Liam ha la presenza scenica di una comparsa di Gomorra, basta vederlo in questo “live in Manchester” (guarda il video qui sotto), per chiedersi e richiedersi cosa cazzo stia facendo durante i vari assoli che esaltano molte canzoni degli Oasis. Lo stesso Noel, si nota bene, ogni tanto lo guarda come si osserva un fratello minore quando sta facendo una cazzata e si prova in tutti i modi a dissociarsi da quel legame di sangue.

Insomma, nonostante l’inutile tamburello di Liam, l’arcinota mummifica posizione del frontman quando non sa che fare, nonostante tutto, mi farebbe piacere assistere ad un concerto degli Oasis. Anche perchè non ho mai provato l’emozione di ascoltare live inni da stadio come Little by Little o Don’t look back in Anger, o inni generazionali come Wonderwall, o pezzi che hanno trascinato folle oceaniche ed anime solitarie, nello stesso tempo, come Live Forever o Rock’n roll star.

In un modo o nell’altro riappacificate i Gallagher. Probabilmente ci migliorerà, un poco, la giornata.

 

 

 

Il dramma di chi è ossessionato dai “like” su facebook…

Il rischio del web è quello di rimanere costantemente delusi dalla scoperta che ciò che pensavamo di essere in realtà non è; di scoprire che è tutto un fugasi, che è irreale, che non c’è, che non esiste. Sul web si insinua la tristezza di una recita venuta male, la parte che cerca di sembrare per nascondere le debolezze di vite incazzate, zone oscure, interiorità “castrate”, insoddisfazioni perenni.

Facebook è la giustizia sociale che quotidianamente calpestiamo pensando di essere i paladini di qualcosa, è il mondo alla rovescia, è il business che ci tiene per le palle: dovremmo essere noi ad utilizzarlo ma in realtà è facebook che usa noi. Come pedine su una scacchiera, automi che possono fare solo quelle mosse. Siamo “letti” e continuiamo a caderci. Facebook è denaro.

Il “like” è quanto di più maniacalmente falso e abominevole sia stato inventato. È esso stesso un’ostentazione, la pratica di chi “deve” o dell’imbonitore seriale, del non frega un cazzo a nessuno ma…, del tanto per.

Bene, ho appena smontato parte dei pezzi che tengono insieme le nostre vite.

Quindi,ora, se avete il coraggio mettetemi un like.

Buon compleanno Quentin Tarantino (in ordine alfabetico)…

Quentin Tarantino oggi compie 54 anni, un genio del cinema che ha completamente rivoluzionato la settima arte, sia nel modo di farla che nel modo di vederla.

Ho deciso di fargli gli auguri attraverso quello che ho denominato l’Alfabeto di Quentin Tarantino.

A come Amsterdam – E’ la città olandese il luogo “mistico” dove Tarantino e Roger Avary, co-sceneggiatore ed ex collega presso il videonoleggio Manhattan Beach Video Archives di Los Angeles, scrissero i dialoghi iniziali di Pulp Fiction, in particolare quelli tra Jules e Vincent, mescolando alla trama dettagli sulla cultura olandese ed europea in generale. Non osiamo immaginare in quali luoghi e soprattutto in che stato partorirono quel capolavoro.

B come bagagliaio – Una delle inquadrature più famose di Tarantino è quella dal bagagliaio di una macchina (la “trunk shot”). La macchina da presa riprende la scena dall’interno ed è rivolta verso gli attori. Si vede in: Le iene, Pulp Fiction, Jackie Brown, Kill Bill volume 1, A prova di morte.

C come Christoph Waltz – Tarantino è stato sempre formidabile nella scelta degli attori. Più che altro si è sempre fidato, poi, del suo cerchio magico attoriale che ha pescato e ripescato continuamente nella sua carriera. Ma con Christoph Waltz ha veramente esagerato: praticamente ha preso un perfetto sconosciuto attore teatrale e televisivo austriaco e lo ha trasformato nello spietato “cacciatore di ebrei” di Bastardi senza Gloria nel 2009 (miglior attore a Cannes, Golden Globe e poi Oscar) e nel bizzarro ed eccentrico cacciatore di taglie di Django Unchained (Golden Globe, BAFTA , secondo Oscar). Un capolavoro. Chapeau.

D come Django Unchained – “La D è muta” recita Franco Nero in un cameo del film di Tarantino che ha incassato di più al botteghino. Tutta l’ammirazione del regista per lo “Spaghetti Western” in questo memorabile omaggio al film del 1966 Django, diretto da Sergio Corbucci. Statuetta per la migliore sceneggiatura originale, la seconda dopo Pulp Fiction.

E come Epiteti razziali – Tarantino è stato al centro di alcune critiche e polemiche per il frequente utilizzo di epiteti razziali, o almeno ritenuti tali, nei suoi film, in particolar modo la parola negro (nigger) in Pulp Fiction, Una vita al massimo, Jackie Brown, Bastardi senza gloria, Django Unchained e The Hateful Eight. Tali critiche vennero mosse dal regista afro-americano Spike Lee. In un’intervista concessa alla rivista Variety, Lee dichiarò: «Io non sono contro quella parola… e la uso, ma Quentin è infatuato di quella parola. Cosa vuole? Essere considerato un negro onorario?”. Tarantino ha difeso il suo uso della parola sostenendo che il pubblico di colore apprezza i suoi film influenzati dalla blaxploitation e che Jackie Brown è stato realizzato soprattutto per un pubblico nero.

F come feticismo – Tarantino non ha mai nascosto nei suoi lavori la sua profonda ammirazione per i piedi femminili. Non esiste film che abbia diretto in cui non ci sia un bel close-up di piedi nudi oppure di una camminata ravvicinata, con scarpa in bella vista. Addirittura, al casting di Grindhouse – A Prova di morte, ha chiesto alle aspiranti di presentarsi al provino con gli shorts e le infradito.

G come Grindhouse – Il Tarantino cinefilo appassionato dei B-movie si regala la possibilità di girare un film in cui si utilizzano i-pod e cellulari ma i colori, le rigature, gli stessi salti di fotogramma sembrano quelli di un film del 1977 non troppo ben conservato. Con il termine Grindhouse, infatti, si intende quelle sale che negli anni ’70 in America proiettavano, uno dopo l’altro, film di serie B, spesso horror e ad alto contenuto di sesso e violenza.

H come Hateful Eight – Per me il film minore di Tarantino (leggi qui la mia recensione). L’ho visto tre volte ma non sono riuscito a farmelo piacere.

I come Iene – Le Iene, il titolo che lo farà conoscere a tutto il mondo, segna il debutto di Quentin Tarantino alla regia. È il 1992. Introduce molti temi caratteristici del regista: la violenza, l’avantpop, i dialoghi sfrontati e barocchi, il forte humor nero e la cronologia frammentata. A chi gli chiede in quale scuola abbia imparato a fare il regista, ama rispondere: “Sono andato al cinema”.

J come John Travolta – Tarantino ha avuto il merito anche di resuscitare cinematograficamente John Travolta. Grazie al personaggio di Vincent Vega ed alla sua sorprendente interpretazione, Travolta ha vissuto con Pulp Fiction una seconda giovinezza artistica, che gli è fruttata anche le candidature agli Oscar e al Festival di Cannes. Il ballo con Uma Thurman sulle note di You Never Can Tell del compianto Chuck Barry resta, ancora oggi, una delle scene memorabili della storia della settima arte.

K come Kill Bill – Nei due film di Kill Bill sono stati utilizzati oltre 1700 litri di sangue finto. E già questo…gli omaggi, i riferimenti e le citazioni più o meno esplicite di altri film, risultato della cinefilia maniacale del regista, sono evidenti in questa straordinaria epopea di vendetta. La scelta appare evidente a partire da alcuni attori selezionati, come per esempio David Carradine (Bill), amato da Tarantino nella serie televisiva Kung Fu, ma vale lo stesso per Sonny Chiba e Gordon Liu, maestri di arti marziali del cinema orientale.

L come Leone – Fonte di ispirazione inesauribile per Tarantino, il maestro italiano è stato sempre presente, in un modo o nell’altro, nelle opere del regista americano. Agli inizi della propria carriera, non conoscendo ancora tutti i termini tecnici cinematografici, Tarantino era solito chiedere ai propri cameraman “give me a Leone”, ovvero “datemi un Leone”, per avere uno di quei suggestivi primissimi piani sui dettagli, marchio di fabbrica del geniale regista romano.

M come Morricone – Dopo anni di omaggi, citazioni e riferimenti, l’inseguimento tra Quentin Tarantino e Ennio Morricone finisce ufficialmente un pomeriggio di dicembre nello Studio 3 di Abbey Road, a Londra: seduti uno a fianco all’altro, raccontano la creazione della colonna sonora di The Hateful Eight. Morricone e Tarantino sono talmente diversi e lontani da risultare, al contrario, molto simili nella devozione quasi religiosa che mettono nel loro mestiere.

N come Nouvelle Vague – L’ultimo regista statunitense ad aver ammesso di aver subito una grande influenza dalla Nouvelle Vague francese è stato proprio Quentin Tarantino, che ha voluto rendere omaggio al movimento con il film a episodi “Four Rooms”.

O come Oscar – Il regista losangelino ha vinto il premio Oscar per la migliore sceneggiatura originale con Pulp Fiction e Django Unchained. E’ stato nominato come miglior regista senza conquistare la statuetta con Pulp Fiction e Bastardi senza Gloria, film che ha ricevuto anche la nomination per la migliore sceneggiatura originale.

P come Pulp Fiction – Inutile dirlo: una delle pietre miliari della storia del cinema. Il mio film preferito in assoluto. Rasenta la perfezione in ogni aspetto, ti trasporta in un’altra dimensione. Originale, innovativo, unico. Quentin, lo so, “non è ancora arrivato il momento per cominciare a farsi i pompini a vicenda”.

Q come Quentin – Nasce a Knoxville, nel Tennessee, il 27 marzo del 1963, figlio di Tony Tarantino, un musicista e attore statunitense di origini italiane, e di Connie McHugh, un’infermiera statunitense di origini irlandesi e inglesi, rimasta incinta del futuro cineasta all’età di sedici anni. Quentin non ha mai conosciuto suo padre, dato che lasciò la madre prima che lui nascesse.

R come Red Apple – E’ uno dei tanti “fake brands” (marche non realmente esistenti) che molto spesso compaiono nei film di Quentin Tarantino. Le sigarette Red Apple sono presenti in Pulp Fiction, Four Rooms, Dal tramonto all’Alba, Kill Bill Vol. 1, Death Proof, Django, Inglorious Bastards e The Hateful Eight.

S come Samuel L. Jackson – Se Martin Scorsese ha tra i suoi feticci Robert De Niro e Leonardo Di Caprio, Quentin Tarantino può contare indubbiamente su Samuel L. Jackson. I due si sono trovati a condividere il set in Pulp Fiction, Jackie Brown, Kill Bill vol. 2, Bastardi senza Gloria (narratore), Django Unchained e The Hateful Eight. Sono spesso presenti nei cast dei suoi film anche Tim Roth e Michael Madsen.

T come Torrance – E’ la città californiana dove, all’età di due anni, si trasferì con la madre che, in quello stesso periodo, conobbe e sposò il musicista Curt Zastoupil. Il giovane Quentin instaurò un forte legame con il padre adottivo.

U come Uma Thurman – Musa ispiratrice di Quentin Tarantino, da una loro conversazione durante le riprese di Pulp Fiction nacque l’idea della Sposa da trasporre cinematograficamente in Kill Bill. Poco prima delle riprese, però, Uma Thurman restò incinta. Tarantino decise di rimandare di un anno l’inizio dei lavori per il film perchè “senza Uma era impossibile farlo”.

V come Vol. 3 – Tarantino ha dichiarato che realizzerà il terzo volume di Kill Bill. Quando non è dato sapere. Naturalmente, in seguito alla morte di Bill nel secondo film, il terzo capitolo non potrà essere intitolato Kill Bill vol. 3. Secondo il settimanale Film TV il terzo volume vedrà una nuova alleanza tra la cieca Elle Driver, la mutilata Sofie Fatale e la figlia di Vernita Green che “merita di vendicarsi come La Sposa”. Staremo a vedere.

Y come Yankee – In “The Hateful Eight” Tarantino tratta il tema della Guerra Civile Americana sottolineando il ruolo chiave di elementi quali i conflitti razziali, la violenza e la sensazione – condivisa da molti in America – che spesso la legge non sia votata alla giustizia. Un film che visto “da americano” probabilmente ha tutto un altro appeal.

W come Wolf – “Sono il signor Wolf… risolvo problemi”. Direi che basta, non c’è altro da aggiungere.

Z come Zed – Ah, ma perchè non lo sapete? Butch Coolidge aveva torto. Ebbene sì, Zed è ancora vivo. Gli scagnozzi di Marcellus Wallace, a distanza di 23 anni, sono ancora nel sottoscala di quel negozio a torturare Zed con “cure medievali per il suo culo”.

“Liberi Liberi”, quando Vasco faceva vibrare migliaia di anime

Liberi liberi siamo noi
però liberi da che cosa
chissà cos’è? chissà cos’è?
Finché eravamo giovani
era tutta un’altra cosa
chissà perché? chissà perché?
Forse eravamo stupidi
però adesso siamo cosa…
che cosa… che? che cosa… se?
quella voglia, la voglia di vivere
quella voglia che c’era allora
chissà dov’è? chissà dov’è!?

Era il 1989 quando Vasco Rossi realizzò il suo nono album in studio, Liberi Liberi. Il pezzo omonimo, a distanza di anni dal primo ascolto, continua a suonarmi nelle orecchie come un capolavoro irripetibile.

C’è la forza eversiva del dubbio, il concetto di libertà che viene contestato e sovvertito, una trasformazione della visione della gioventù stessa, quella gioventù che ci continua a scappare di mano, minuto dopo minuto, anno dopo anno, e che sfuma, irrimediabilmente, nella nostalgia e nella spinta elegiaca dei ricordi.

Non a caso, il regista Stefano Sollima scelse Liberi Liberi come colonna sonora del finale della serie Romanzo Criminale, rendendo genialmente epica l’ultima scena dell’episodio che chiude la seconda parte, quando le parole e la musica di Vasco riportano in vita il passato della banda criminale come se lo si stesse toccando con mano, in un travolgente e commovente pathos ascendente.

Liberi Liberi è la realtà che stritola i sogni, è il tempo che scorre e si porta via il meglio di noi. E’ Vasco nel clou della sua carriera, quando migliaia di anime unite piangevano e condividevano il sogno dei suoi concerti.

 

Da uno scarto nasce un brano icona: “Because the Night”

Because the Night è stata una delle canzoni più coverizzate di sempre. Eppure è essa stessa una cover. Il pezzo, infatti, originariamente non è di Patti Smith bensì di Bruce Springsteen.

Voi direte: “Un’ altra volta Springsteen?” Ebbene sì.

La canzone originale fu registrata dal Boss durante le sessioni del suo album Darkness on the Edge of Town. Il gruppo di Patti Smith stava lavorando su Easter nello studio di fianco a quello di Springsteen. Quando il cantante si rese conto che “Because the Night” non avrebbe trovato posto nel suo album, pensò di passarlo alla collega, che cambiò la prospettiva del testo rendendolo adatto ad una donna.

La canzone, inserita in Easter, fu il primo singolo ad essere estratto dall’album. Patti Smith deve molto del suo successo a quella “corrispondenza” di sale d’incisioni.

Dedicò la versione femminile della canzone a suo marito, il chitarrista Fred “Sonic” Smith, morto poi nel 1994 a causa di un attacco di cuore.

Ecco come da uno scarto può nascere un brano-icona…

 

Tutto il fascino della peggiore birreria tedesca

Non fatevi distrarre dalla foto in copertina. Quella sciarpa dello Stoccarda rappresenta poco e niente di quello che abbiamo visto nella peggiore birreria tedesca, precisamente a Herrenberg, Stoccarda. Siamo io e Fiorella ed abbiamo appena osservato allontanarsi il treno per Tubinga, partito circa 10 secondi prima del nostro arrivo in andatura goffa ed ondeggiante su per gli scalini della stazione. Poco male, c’è da aspettare un’ora. “Vediamo se troviamo una birreria da queste parti”, la mia idea geniale. Sono le 18.30, un paio di sorsi ci stanno sempre bene soprattutto se l’alternativa è aspettare fuori e gelarti il culo.

Non facciamo neanche 200 passi che becchiamo sulla sinistra l’insegna di una birreria. Ci avviciniamo ed il primo sguardo vince sempre: ha proprio l’aria di quelle classiche birrerie per scaricatori di porto, ma fuori fa freddo e “che sarà mai una birra rapida”.

Entriamo e c’è una puzza di fumo incredibile. Quello che troviamo: quattro o cinque slot machine all’angolo, un bancone rettangolare con una decina di sgabelli intorno e tre tavoli di legno vuoti. Ci sediamo ad uno di questi. Al bancone nell’ordine: giovane chiomalunga intento a corteggiare milf in carne dai capelli corti e rossi; un ragazzo biondo sui venti accompagnato ad un bestione più che quarantenne logorroico e sbronzo; in fondo, uno di fronte all’altro, un inquietante oscuro signore, un Tim Burton forestale, alla sua 25esima birra solitaria ed un 50enne strabico che mi ricorda Fierolocchio della Serie Romanzo Criminale. In mezzo il barista, un vecchietto particolarmente sorpreso dalla nostra presenza.

La donna, al centro del mondo, si prende l’attenzione dei tre che le si approssimano al bancone, i quali farfugliano in tedesco e vengono seguiti con occhi interessati dai due lì in fondo. A volerla pensar male subito, lei mi dà l’impressione di chi, per sbarcare il lunario, come dopolavoro è dedita al mestiere più antico del mondo, mentre c’è chi le offre da bere con un obiettivo ben preciso: dare un senso alla serata. Ordiniamo un paio di birre alla spina che, come nella migliore tradizione teutonica, sono ottime e per niente gassate. L’odore di fumo infiltratosi nella mobilia è fastidioso, il vecchio barman si rilassa alle slot. I bicchieroni di birra al bancone si svuotano facilmente, nell’aria si sente che il clou del pomeriggio sta per arrivare. Il bisonte ubriaco alza i toni, mi volto e capisco immediatamente dove stia andando a parare. Probabilmente la discussione animata tra i 4 verte su quanto ce l’abbia grande, così lui che fa? Si alza e, noncurante di nulla, si abbassa agevolmente i pantaloni; da sotto i boxer lascia intravedere alla madame il suo membro cadente, mentre noi, da seduti e posizionati dirimpetto al suo sedere peloso, non riusciamo a credere ai nostri occhi. Sventolato allegramente l’uccello per un pò, si riveste e si accomoda allo sgabello sorridente. Gli altri sproloquiano allegramente, la gran signora non sembra molto colpita. I due in fondo si sono goduti lo spettacolo ma non han battuto ciglio. Continuano ad ingurgitare litri di birra e ad aspettare qualcosa, probabilmente solo il tempo.

Non posso fare a meno di sbracarmi sul tavolo, la sorpresa lascia spazio all’ilarità mentre Fiorella continua a vivere nella fase dello sbigottimento. Chiedo il conto al vecchio barista che continua imperterrito nelle sue puntate alle slot. Probabilmente non si è nemmeno accorto di nulla. Mi fa un prezzo di favore e prima di andarcene sento il gigante sbronzo e culopeloso accennare qualche parolaccia in italiano tipo “e che cazzo” e “vaffanculo” pronunciati male (traduzione: sappiamo che siete italiani, ci siamo accorti della vostra presenza, ci siamo accorti che ridi di noi).

Filiamo via. La peggiore birreria della Germania, e proprio io dovevo andare a beccarla. Ho visto cose che gli esseri umani…è vero…ma questa non ce l’avevo ancora nel curriculum. Morale della favola? Sono andati tutti e tre in bianco, il vecchio sta ancora alle slot, Tim Burton e Fierolocchio…sono morti.

Noi siamo tornati a casa. La birra era buona.