Sette punti di sutura: le pagelle natalizie della Serie A

 

Bentornati a Sette Punti di Sutura, l’unica rubrica che ha deciso di non interessarsi al campionato più brutto degli ultimi 20 anni.

1 – Chievo: avere l’opportunità di insultare Ventura è stata un’emozione di un attimo. Sempre e solo idolo Giaccherinho ma siamo quasi nel 2019 e segnano ancora Pellissier e Meggiorini. QUOTA 100.

2 – Frosinone: non ho mai visto neanche uno spezzone di una sua partita in questa stagione. Volete farmene una colpa? Poi dici che uno non si butta su Better Call Saul e Breaking Bad. VINCE NETFLIX

3 – Bologna: lo ammetto, non so neanche se SuperPippo Inzaghi ne sia ancora l’allenatore. Federico Santander mi ricorda il miglior Van Basten. E pensare che Destro faccia la panchina a questo elegantissimo attaccante fa capire come i calciatori pompati alla grande dai media non avranno mai un futuro roseo. MEZZO DESTRO MEZZO SINISTRO.

4 – Udinese: c’è stato un allenatore dal nome spagnolo e poi non più. Un giorno c’era Di Natale ma non è sempre Pasqua. Ennesima stagione anonima, sperando di vendere a buon prezzo qualche nuova promessa. POZZO SENZA FONDO.

5 – Spal: gioca bene, a volte perde meglio. Tutto sommato il suo pubblico si diverte. Merita di rimanere in A. SPALti PIENI.

6 – Empoli: qui, lo ammetto, non mi viene proprio nulla da dire. NON BIASIMATEMI

7 – Cagliari: nel Napoli di Sarri, Pavoletti aveva meno minutaggio di Rog. Ha fatto più panchina lui che viaggi nel Commonwealth la Regina Elisabetta. Eppure di testa non ha nulla da invidiare al buon Zamorano. LEWANDOWSKI CI FAI UNA PIPPA.

8 – Genoa: Piatek la mette anche mentre spella e taglia in pezzi il capitone, ponendolo in una marinata a base di olio, aceto ed alloro e, successivamente, mentre infilza i pezzi di capitone su uno spiedino di legno alternati a foglie di alloro e cotti in forno e lo serve con fette di limone. PISTOLERO

9 – Parma: Merita la salvezza solo per aver riportato in A la fantasmagorica capigliatura di Gervinho. MAGO DO NASCIMIENTO

10 – Torino: il calcio di Mazzarri è spumeggiante come una bottiglia di gassosa abbandonata nel deserto tre giorni senza tappo. Al centro della classifica come un Tabacci qualunque, conferma la sua fama di Piangina anche in granata. IL LAMENTO VALE IL 100 PER CENTO.

11 – Roma: spelacchiata come non mai, in due anni ha venduto i più forti nonostante l’odore del sangue inspirato fino alla semifinale di Champions. Tanti giovani che faranno strada solo se verrà dato loro del tempo ma rischia addirittura di agguantare il quarto posto per inadeguatezza degli avversari. SAN FRANCESCO

12 – Atalanta: meno gasata degli altri anni ma l’idea di calcio di Gasperini è condivisa anche da me che ho il santino di Zeman nel portafogli. Rimarrà a Bergamo finché morte non li separi. ORA E SEMPRE GASPERSSON.

13 – Sassuolo: dare fiducia a De Zerbi dopo il tracollo beneventano non era facile. Onore a chi ha creduto in questo allenatore che mi è sempre piaciuto molto. RISCHIO ESONERO.

14 – Fiorentina: Corvino ne sa sicuramente una più di Monchi e quelli che prende, di solito, fanno sempre strada. Può essere la rivelazione di questa seconda parte di stagione. FUORI DALL’EUROPA LEAGUE

15 – Sampdoria: Lode a Quagliarella. MONUMENTO

16 – Milan: Il documentario di Renzi è meno sfigato (e ce ne vuole) di Gennaro Gattuso che, tra tutti questi infortuni, non sa più a che bestemmia votarsi. Il Milan al completo sarebbe stata anche una bella squadretta ma dopo aver visto giocare Calabria da interno di centrocampo il tuo idolo diventa inevitabilmente Paolo Brosio. HI-GUAI

17 – Lazio: Se è vero come è vero che qualcuno ha offerto 100 milioni per Milinkovic Savic e poi quello che, a pieno titolo, sembrava fosse un Ibra che giocava a centrocampo, corre quanto un Montolivo appena sveglio dopo una sbronza, qualche domanda te la fai. VENDERE ALLO SCOPERTO

18 – Inter: è Natale e uno non vuole infierire. San Siro gremito, 90mila persone pronte a festeggiare gli ottavi di Coppa, giochi contro una squadra che ha le stesse motivazioni di Dave Grohl alla Notte della Taranta ma niente da fare. Ennesima spernacchiata e bye bye Champions. Mourinho già contattato. AMALA.

19 – Napoli: fare 41 punti in 17 partite e ritrovarsi ad 8 punti dalla vetta deve risultare un tantino frustrante. Sarri ne faceva giocare 13 in tutto, Ancelotti li fa giocare tutti: risultato spettacolare ma zero tituli. Tutto sull’Europa League. AL CENONE PASSO DIRETTAMENTE AL SECONDO.

20 – Juve: la situazione è parecchio complessa. Vincerà il campionato e la Coppa Italia. De Sciglio farà colpi di tacco smarcanti manco fosse la reincarnazione di Garrincha. Il Governo ha messo 3000 euro di sgravi su un Douglas Costa ibrido. Ronaldo sponsorizzerà un paio di pantofole della Nike con cui giocherà nel girone di ritorno. Ma se non vince la Champions, è un più che mezzo fallimento. POCO ALLEGRI

Annunci

Memorabili momenti rock: secondo posto

 

Sono venti minuti entrati dritti nella leggenda perché non si era e non si mai più vista una roba del genere. I concerti rock negli stadi trascendono la parte musicale di un’esibizione perché, quasi sempre, si ha la sensazione che la band e, soprattutto, il frontman si compattino con la folla oceanica e si distribuiscano reciprocamente folate di emozioni indimenticabili. Ma ci sono dei concerti e dei momenti in particolare che vanno oltre. Ieri ho visto Bohemian Rhapsody, il film di Bryan Singer sui Queen, e durante la parte finale ho immaginato cosa sarebbe potuto essere se fossi stato lì sotto e in mezzo a quella osannante folla oceanica. Sto parlando del mega concerto del 1985 allo Stadio Wembley di Londra, quando Bob Geldof organizzò un grande raduno musicale per raccogliere fondi per la popolazione etiope. L’evento, chiamato Live Aid, ha visto sul palco artisti del calibro di U2, Phil Collins, Paul McCartney, David Bowie, Elton John, Led Zeppelin, Dire Straits, Simple Minds, Carlos Santana, Black Sabbath, Crosby, Stills, Nash e Young, Bob Dylan, Sting, Spandau Ballet, Tina Turner, Duran Duran, Mick Jagger, Madonna e David Gilmour. Ma, alla fine, ci si ricorda di una sola, storica, monumentale esibizione, quella che lo stesso Geldof definì  “assolutamente stupefacente” e che Elton John sintetizzò così: “quel giorno Freddie Mercury ha rubato la scena a tutti”.

I Queen hanno ispirato decine di artisti in tutto il mondo: anche Stefani Joanne Angelina Germanotta, che ha preso addirittura il suo nome d’arte da un pezzo dell’istrionica band londinese, Radio Gaga, che ipnotizzò la folla di Wembley mentre Freddie dal palco dirigeva un’orchestra fatta da migliaia di anime con la solita inestimabile energia. Lady Gaga è stata protagonista di un altro film musicale che ho visto recentemente, A Star is born, in cui letteralmente giganteggia al fianco di Bradley Cooper in una rivisitazione commovente ed artisticamente esplosiva di un classico hollywodiano. Un’interpretazione altrettanto convincente l’ha data Rami Malek che ha saputo cospargere di solitudine gli occhi del “suo” Freddie Mercury, consegnando al pubblico l’emotiva rappresentazione del privato pieno di debolezze ed insicurezze, ma anche di forza e di convinzione, del più grande performer della storia del rock.

E tornando ai 20 minuti del 13 Luglio 1985, minuti straordinari in cui i Queen si presero la scena di Wembley e si consegnarono alla storia, tutto quello che si può dire in più rispetto a quello che si è visto e ascoltato sa tanto di superfluo. La grandezza di Freddie Mercury sta tutta in quella calamita invisibile che unisce intere generazioni nella venerazione di un mito. Cosa sarebbe stato esserci potrebbe spiegarlo solo chi c’è stato davvero o forse no: certi ricordi scivolano via nell’enfasi e nella sensazione di gioia e di amore per la musica che Mercury ha sempre, costantemente, evocato anche negli istanti drammatici della sua esistenza. Certo è che manca soprattutto a noi, a quelli che un minuto di quella voce dal vivo o di quel sorriso dal palco cambierebbe di certo un po’ la vita.

Al secondo posto dei momenti rock più memorabili di sempre Freddie Mercury e i Queen al Live Aid nel Luglio del 1985.

 

 

L’ultima luce di Chester

“One more light” è la canzone che mi ricorda chi sono. Sapete quando tra risveglio, lavoro, traffico, pranzo veloce, pioggiaosole, cagate in tv e tutta quella quotidianità da dimenticare che ti passa davanti agli occhi senza accorgertene non sai più chi sei veramente? Quando ascolto questo pezzo ecco che si ferma un pò tutto, qualunque cosa, e “mi vengo in mente”.

Chester Bennington si è suicidato nel luglio del 2017 e fa veramente strano pensare che il video della canzone che ha dato il titolo all’ultimo album dei Linkin Park sarebbe diventato un tributo alla sua memoria.

La relazione tra rock e morte, tra l’ispirazione ed il buio interiore è “flickers”, lo “sfarfallio”, che tanti hanno provato a riprodurre in musica senza riuscirci perché è qualcosa che viene da dentro, dal proprio vissuto, dal ricordo bello e brutto di quello che si è stati. Chester ha combattuto con la droga e la depressione, con le immagini distorte di abusi, ed ha lasciato la sua voce meravigliosa in eredità a milioni di noi perché abbiamo cose che non possiamo avere né tenere mentre altre sì e non è stato merito nostro. Direi che, idealmente, Chester ci abbia lasciato anche questo messaggio: custodire le cose importanti, riconnetterci con noi stessi, gravitare intorno alla parte buona del mondo, portare un pò di luce alle persone.

“A chi importa se il tempo di qualcuno è finito, se un momento è tutto quello che siamo. A me importa.”

 

Sette punti di sutura: l’ex bidone Joao Mario “esalta” Zhang

Bentornati a Sette punti di Sutura, la rubrica che Romagnoli al 90′ due volte consecutive è un po’ come uno stage diving di Pupo al Gods of Metal.

1) Spettacolo Zhang inquadrato esultante per il quarto goal dell’Inter: il presidente nerazzurro si gira verso il suo collaboratore sperando che qualcuno gli dica chi abbia segnato. “Joao Mario” gli sussurrano. “E chi cazzo è?” lascia intendere Zhang che mi fa una certa simpatia. Sentitissima la  sua passeggiata nel prepartita al Nou Camp: “Quanti soldi dovrò spendere per vincere una volta qui” avrà pensato, meditabondo.

2) Joao Mario non vale 40 milioni. Una bidonata aggravata da Gabigol (mi pare una trentina di milioni per un goal a un metro dalla porta). Ma non è certo la pippa che ha fatto disperare San Siro. E sabato lo ha dimostrato. Forza Gio, idolo degli ingiustamente ma dannosamente sopravvalutati.

3) Ogni volta che Cuadrado esulta, un ballerino carioca di samba si suicida.

4) S-Ventura la tocca piano al Chievo con una serie di obbrobri consecutivi. Sono una persona buona: sono quei colori che gli portano sfiga.

5) Dopo le prestazioni di Dalbert e Joao Mario, Spalletti è uscito allo scoperto: tramite il suo avvocato, ha rivendicato e chiesto i diritti per quanto accaduto a Lazzaro qualche anno fa. Intanto Destro, Giaccherini, Osvaldo, Francesco Facchinetti e Salvo del Grande Fratello in fila alla Pinetina.

6) In Psg-Napoli, Juve-Manchester e Inter-Barcellona capiremo il senso di Parma-Frosinone.

7) Allegri sta alle preoccupazioni per il campionato come Berlusconi sta all’organizzazione di un gay pride. Il Napoli dei diversamente centravanti Mertens e Insigne fa un po’ quello che gli pare quando gli pare. La Lazio mi fa pensare a ad un super playboy che però fa fetecchia con le strafighe. La Roma con Salah avrebbe vinto la Champions: per la cessione dell’egiziano ha incassato 50 milioni; poi l’anno dopo ne ha spesi 30 per Cristante. Onestamente, non l’abbiamo capita.

Memorabili momenti rock: terzo posto

L’ultima esibizione in assoluto dei Beatles. John Lennon indossa la pelliccia della moglie Yoko Ono. Ringo Star un impermeabile inguardabile arancione. George Harrison pantaloni verdi per passare inosservato. Paul Mc Cartney versione hipster. Era il 1969 ed il loro concerto sul tetto del palazzo della Apple al numero 3 di Saville Row a Londra è il più famoso in assoluto. Fu definito “Rooftop Concert” ed iniziò all’ora di pranzo.

Non passarono più di 10 minuti prima che una folla si raccogliesse nella via sottostante tanto da bloccare il traffico. Gente alle finestre, persone che si arrampicavano sui tetti: erano i Beatles, ragazzi!

Quarantacinque minuti che inevitabilmente sono entrati nella storia. Suonarono due volte “Get Back”, “Don’t Let Me Down”, “I’ve Got a Feeling”, “One After 909”, “Dig a Pony”, degli accenni di “Danny Boy” e “A Pretty Girl is Like a Melody”, un pezzo di “I Want You (She’s so Heavy)” e di “God Save The Queen” prima di essere interrotti dalla polizia, sopraggiunta nel frattempo alla Apple.

Lennon e soci non suonavano dal vivo dall’agosto del 1966. Un anno dopo si sarebbero sciolti, gettando nello sconforto milioni e milioni di fan in tutto il mondo. L’esibizione era stata pensata per essere filmata e inserita nel film-documentario Let it be, che i Beatles stavano preparando. Furono predisposte telecamere sul tetto, in strada, e nella reception dell’edificio: il montaggio del concerto mostra anche le reazioni sorprese dei passanti che guardano all’insù e immagino pensino: cosa cazzo sta succedendo?

Naturalmente arrivò la polizia che bloccò tutto per salvaguardare la quiete pubblica e il sonnellino pomeridiano dalla borghesia inglese.

“Decidemmo di suonare tutte le cose che avevamo provato e registrarle – ha raccontato Paul McCartney – se avessimo ottenuto delle buone registrazioni allora le avremmo usate, altrimenti avremmo usato delle altre versioni che avevamo registrato di sotto, nel seminterrato. Fu molto divertente perché eravamo all’aperto, che era inusuale per noi. Non avevamo suonato all’aperto per un sacco di tempo. Era una location molto strana, non c’era pubblico a parte Vicki Wickham e pochi altri. Stavamo suonando virtualmente per nessuno, solo per il cielo, era piuttosto bello.”

Al termine del concerto, John Lennon dopo aver salutato e ringraziato il pubblico, aggiunse: “Speriamo di aver passato l’audizione”. Amen.

Al terzo posto dei momenti rock live più indimenticabili di sempre, il Rooftop Concert dei Beatles nel 1969.

Memorabili momenti rock: quarto posto

Il film “The Wall” è un pezzo importante della cultura del 20esimo secolo. Roger Waters avrebbe voluto interpretare il protagonista del film ma abbandonò l’idea, lasciando la parte a Bob Geldof, cantante dei Boomtown Rats, alla sua prima esperienza cinematografica. Geldof, dal canto suo, non voleva interpretare la parte del protagonista del film, Pink, per una semplice ragione: non amava la musica dei Pink Floyd. Il film diretto da Alan Parker è un’aspra e straordinaria rappresentazione dell’ineluttabilità del disagio esistenziale di Roger Waters. Geldof, in seguito, si dedicò all’organizzazione del Live Aid, concerto rock in mondovisione tenutosi il 13 luglio del 1985 in due diversi continenti e, vent’anni dopo, a una nuova edizione dell’evento, chiamato Live 8, una serie di 10 concerti organizzati per il luglio di quell’anno nelle nazioni appartenenti al G8, che ha riunito milioni di fan della musica e centinaia di artisti internazionali.

E’ opinione comune che solo Geldolf potesse riuscire a fare quello che ha fatto. Ricordo bene quel giorno. Tutti, ma proprio tutti, aspettavamo quel momento.

“In quell’occasione ero davvero molto felice – ha rivelato Waters in un’intervista – Bob Geldof mi chiamò e mi disse che stava provando a convincere con tutti i mezzi Gilmour e mi chiese di dargli una mano. Mi disse che ero l’unica persona che poteva farlo accadere. Io gli risposi che ci avrei provato ma che mi doveva dare il suo numero di telefono visto che non lo conoscevo. Chiamai David e lui mi disse no, ma poi ad un certo punto cambiò idea e decise di accettare. E sono davvero contento che l’abbia fatto, visto che sono stati 20 minuti bellissimi.”

I Pink Floyd erano tutti su quel palco. Roger Waters, David Gilmour, Richard Wright e Nick Mason insieme ancora per una volta. Tre anni dopo, il 15 settembre del 2008, Wright se n’è andato per sempre a causa di una brutta malattia. Era l’anima gentile del gruppo, una magica ed indispensabile componente. Gilmour e Mason dedicarono all’amico l’album “The Endless River”.

Waters e Gilmour si sono ritrovati a Londra nel 2011 per una versione di “Comfortably Numb” ma le possibilità che possa accadere di nuovo non sono per niente concrete. Ho visto tre concerti solisti di Roger Waters negli ultimi anni ed ho percepito il livello più alto che uno show dal vivo possa mai raggiungere. Naturalmente, ho ascoltato anche Gilmour: un altro tipo di estasi.

Ma quel Luglio del 2005, verso sera, guardando la tv, ebbi  la netta sensazione che ci fosse un bel po’ di storia in quegli istanti e che l’intero mondo del rock, e non solo, si fosse fermato silente, quasi ipnotizzato, per 24 minuti.

Un popolo che ha visto e ascoltato: eravamo tutti lì sotto, uniti, come a casa.

Al quarto posto dei momenti più indimenticabili della storia del rock la reunion dei Pink Floyd al Live 8.

Sette punti di sutura: le tragiche telecronache dei giorni nostri

Bentornati a Sette Punti di Sutura, la rubrica che, all’epoca, non capì bene perché Fabio Caressa si ritrovò in Afghanistan a fare un reportage.

1 – La prima cosa che dovrà fare Marcello Foa in Rai sarà mettere mano alle telecronache. Non se ne può più di Alberto Rimedioallinsonnia, delle inflessioni teutoniche di Bizzotto e del castigato e perfettino Antinelli da bordocampo con cui sperimentarono, chiaramente senza successo, il commento tecnico dalla linea laterale. Se entra qualche giovane talento in grado di non rendere soporifere partite già di per sé sonnacchiose, forse il weekend con la Nazionale sarebbe meno traumatico per i malati di calcio.

2 – Restando in tema telecronisti, ricordo un Caressa d’annata che in modo obbrobrioso accentava Nagatomó, lodava “Cavier Zanetti” e, perla delle perle, invocava le chiusure di “Asciala”: solo dopo una decina di minuti perplessi compresi intendesse il legnoso difensore argentino Roberto Ayala, detto El piraña. Sky cazzodici show.

3 – Oggi ce l’ho con i telecronisti. Ce l’ho con gli spasmi nasali di Pardo e con le boiate “sudamericane” di Adani che quando mio zio lo sente parlare bestemmia perché lo ha anche visto giocare. Nell’Inter. E, per lui, non sono bei ricordi.

4 – La Juve di Ronaldo fa stagione a sé nonostante Insigne, Icardi, Dzeko, Suso-Higuain, Milinkovic (che forse voleva andare via). Poteva essere un bel campionato ed invece la noia del record di punti quasi certo per i bianconeri fa scempio di ogni equilibrio o velleità da scudetto. Che palle.

5 – Il Napoli ha modificato il suo stato su facebook da “giocano sempre gli stessi” a “ne cambio sette ogni tre giorni”. I risultati? Un sacco di like ma nessun trofeo. Tristezza partenopea.

6 – Il dirigente più vincente d’Italia viene cacciato dalla società che ha vinto gli ultimi 7 o 8 scudetti nel silenzio generale. Mestamente. Quanto scottante sarà quel che vedremo il 22 ottobre?

7 – Tornare a giocare a pallone dopo tre anni di rovesci a due mani e lob da fondo campo ti mette davanti alla dura realtà: prima andavi di elastici e di rabona, ora porti a spasso la birra per il campo; prima giocavi per fare un goal in più, ora sviolini di fino per un pubblico che non c’è. Ma se ancora ti diverte la mente, significa che puoi farlo. Vamos!

 

Memorabili momenti rock: quinto posto

Intervista a Pandemonium nell’ Aprile del 1995. Layne Staley dichiara:

“Kurt ed io non eravamo amicissimi, però ci siamo incontrati l’uno ai concerti dell’altro e siamo anche usciti assieme. Lo conoscevo abbastanza bene da essere devastato dalla sua morte. Ancora non mi capacito. L’ultima volta che lo vidi mi diede un passaggio a casa di un amico, per tutto il tragitto, circa un quarto d’ora, parlò di sua figlia. Era una persona tranquilla, era entusiasta di avere un figlio, amava davvero quella bambina. Un mese più tardi, ho sentito la notizia che era morto.”

Gli Alice in Chains non suonavano dal vivo da due anni e mezzo, ma nel 1996 decisero di salire sul palco di Brooklyn per il loro Unplugged. La tossicodipendenza del loro vocalist, Layne Staley, aveva reso impossibile la promozione dell’ultimo album ma, quella sera, durante quella performance, la sua oscura interiorità celebrò l‘epoca del grunge come il suo ultimo grande momento “live”. Il frontman degli Alice in Chains e quello dei Nirvana Kurt Cobain hanno avuto in comune la grandezza musicale, l’anno di nascita (1967) e la sinistra coincidenza di essere morti, tragicamente, nello stesso giorno, il 5 aprile, seppur in anni diversi: nel 1994 Kurt, nel 2002 Layne. Inoltre, come Cobain, anche Staley rese indimenticabile l’Mtv Unplugged: quel concerto fu ipnotico e devastante dal punto di vista emotivo per animi sensibili; uno spaccato di umanità nichilista ed autodistruttiva, intrecciato col tessuto musicale e nascosto, nella prima parte, da profondi occhiali scuri.

Layne era pieno d’ombre interiori e, forse per questo, affascinante: la sua voce era dolore, le immagini che lo hanno immortalato nel tempo dilatano la sensazione che fosse una persona a cui sarebbe stato difficile strappare un sorriso. Ha avuto una fine per consunzione: la droga è sempre stata la pompa emozionale dalla quale attingere, la ruota panoramica che scandiva il ritmo di discesa e risalita dagli inferi della sua vita.

Forse era davvero troppo fragile per questo mondo. Down in a Hole nella impenetrabile serata del 30 Luglio 1996, al Majestic Theatre della Brooklyn Academy of Music, è al quinto posto dei momenti più indimenticabili della storia del rock.

Memorabili momenti rock: sesto posto

C’è che non abbiamo il video del più prezioso concerto della storia del rock. Ma, per fortuna, da 3 serate esplosive registrate nell’agosto del 1972 in Giappone, più precisamente due a Tokyo ed una ad Osaka, è venuto fuori uno strepitoso album “live”. Centinaia di gruppi nella storia del rock hanno prodotto dei pezzi pazzeschi. Anche i Deep Purple li avevano: Highway Star, Smoke on the Water, Speed King, Lazy, sono  grandi canzoni. Ma non è mai esistito nessuno che abbia suonato i brani così diversamente dal vivo come loro. Considerato a ragione uno dei migliori album dal vivo di sempre, Made in Japan dei Deep Purple è una sfida continua sul palco tra talenti indiscutibili.

Il rullo di tamburo di Ian Paice, la graffiante ugola di Ian Gillan e la Stratocaster di Blackmore che sfodera l’assolo della storia in Highway Star. La struggente Child in Time, dieci minuti di pathos in crescendo che si evolvono negli acuti folgoranti e allucinati del vocalist più potente dell’hard rock, il quale nella parte finale del pezzo riproduce le strazianti urla di una madre che vede assassinare il proprio piccolo davanti ai propri occhi. Si narra che durante il concerto giapponese la voce di Ian Gillan fu misurata in decibel durante i celebri acuti della canzone. Si dice addirittura che al momento dell’acuto più alto i decibel che generò (insieme all’amplificazione) siano stati paragonati a quelli che avrebbe generato un aereo in partenza.

Il riff di Smoke on the Water che ogni persona, ad ogni latitudine della terra, conosce. Famosa è anche la storia raccontata nel testo dai Deep Purple.  Si tratta di un episodio realmente accaduto a Montreux nel 1971, quando verso la fine di un concerto di Frank Zappa and the Mothers of Invention uno spettatore sparò un razzo segnaletico che incendiò il Casinò. Glover, che aveva assistito alla scena, ridestandosi da un sogno, ripensò al fumo che si spandeva sopra il lago Lemano dal casinò in fiamme mentre i membri dei Deep Purple guardavano l’incendio dal loro hotel. Da lì nacque la canzone, scritta in una notte: fumo nell’acqua, fuoco nel cielo.

E poi l’imparagonabile assolo di batteria di Ian Paice in “The Mule” e l’alternanza virtuosistica di Blackmore e Lord sotto le luci della ribalta in Strange Kind of woman prima del celebre gran finale con Blackmore e Gillan che danno vita a un duetto tra chitarra e voce, con il vocalist che raggiunge le note più alte della Stratocaster di Blackmore in un’evoluzione che fa ribollire il sangue nelle vene a nipponici presenti e future generazioni rock. Infine “Lazy”, brano incendiario tratto da “Machine Head“, e  “Space Truckin”, un’orgia liberatoria di suoni che sembra non avere fine e che trascina i presenti nell’estatica apoteosi.

I loro concerti erano così, un assolo dopo l’altro. Blackmore finiva il suo e alzava la mano, era il via libera a Lord. La libertà ma anche la voglia di fare meglio dell’altro, di vincere la sfida della perfezione, una pulsione feroce finalizzata a stanare l’entropia del sentimento. Ascoltare di nuovo il Made in Japan è come fare un tuffo nell’adolescenza, spalancare lo sguardo sui ricordi e determinare in modo quasi scientifico che dalle frizioni, dalle scintille, può nascere un capolavoro. Come detto all’inizio di questo racconto non ci sono video di quel concerto. Ma abbiamo una versione del 1970 di Child in Time per la tv che utilizziamo per assegnare al Made in Japan dei Deep Purple il sesto posto dei momenti più indimenticabili della storia del Rock.

 

Memorabili momenti rock: settimo posto

C’è chi nella vita ha sognato di essere Cristiano Ronaldo, chi Albert Einstein, chi Michael Jackson, chi Mark Zuckerberg. Io ho sempre sognato di essere Antony Hodgkinson, il mio mito, la mia unica fonte di ispirazione.

Era il 1992 e Nevermind aveva da poco reso celebri i Nirvana in tutto il mondo. Kurt Cobain fiammeggiava nell’universo musicale, assurgendo contro la sua volontà ad idolo incontrastato di un’intera generazione di disadattati. Il 30 Agosto di quell’anno, i Nirvana salgono sul palco del Festival di Reading come headliners. Kurt aveva appena avuto una figlia ma, prima di quella data, cominciarono a girare voci sulla sua salute. Cobain, come suo solito, non esitò a manifestare il suo lato più volutamente sarcastico, in particolare contro la stampa, indossando camice bianco e parrucca bionda e presentandosi sul palco con una sedia a rotelle. Ma non fu l’unica cosa bizzarra di quella serata perché da lì a poco sarebbe entrato in scena il mio idolo. Un tizio tarantolato, infatti, ballava come un ossesso tra Cobain e Novoselic. Non fu un’allucinazione collettiva: era davvero lì e dominava la scena con l’alienante e stoica consapevolezza di chi se ne fotte poco o nulla dell’intero mondo circostante. Più Kurt lo ignorava più lui ci dava dentro, più il pubblico lo osservava con stupore velato solo dalla potenza devastante della musica dei Nirvana, più lui continuava a pogare nella solitudine tipica di un vecchio ubriacone intento ad uccidere la notte. Per anni ho pensato fosse un esaltato a cui Kurt, quella sera, avesse concesso dei “momenti di liberazione” ed invece pochi mesi fa ho scoperto che l’allora 25enne Antony Hodgkinson, al secolo Dancing Tony, batterista inglese dei Bivouac, non era proprio una sorpresa per il trio di Seattle: si conoscevano già, in quanto avevano la stessa etichetta discografica e Antony aveva già ballato sul palco durante le esibizioni dei Nirvana almeno altre 9 volte tra il 1991 e il 1992.

Quella per lui è stata la serata di gala: vestito con abiti femminili presi in prestito da un’amica, col viso truccato da clown e con una cravattina al collo, ha “ballato” per più della metà delle canzoni, con uno stile che ha ispirato milioni di fuori di testa nel mondo, basato essenzialmente sul lasciarsi trascinare dal flusso dei pensieri ed inseguirli col corpo. Secondo le cronache, Dancing Tony ha ormai quasi 50 anni, vive nella periferia di Nottingham, divorziato due volte e padre di due bambini. Suona ancora la batteria.

Il Live at Reading dei Nirvana viene ricordato anche per questo e, considerando che tutti noi, in fondo, siamo stati Dancing Tony almeno una volta nella vita, possiamo affermare che al settimo posto dei momenti rock più indimenticabili di sempre c’è il ballo squinternato di Tony Dancing perfettamente ignorato da Kurt Cobain.