Adorazione, commozione, pura gioia: Eddie Vedder memorabile a Firenze

Partiamo da quel momento: Black sta per finire e già siamo tutti in lacrime. “Come back” canta Eddie Vedder, poi abbassa lo sguardo ed un sospiro avvolge Firenze. La dedica a Chris Cornell è emozionalmente potente, è un crescendo di umanità che annienta lo spazio che ci separa, è la stessa percezione di sensibilità elettrica come il giro di accordi strafamosi che fuoriesce dalla sua chitarra, quella voce che ci unisce, noi 50mila, il cielo, la stella cadente, nell’omaggio fluttuante all’amico scomparso.

Partiamo dal momento topico di un concerto che poteva finire lì e nessuno ci avrebbe potuto dissuadere dalla convinzione che sì, è stato uno dei migliori della nostra vita, un 24 giugno che non dimenticheremo. Eppure è stato tanto altro, è stato troppo altro: un mix di emozioni, allegria, malinconia nel rapporto diretto tra artista e pubblico, un set da due ore di chitarra e voce pieno di sorprese e di talento. Unico.

Eddie Vedder esordisce tra gli applausi con un tris favoloso: Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town, Wishlist e Immortality riscaldano subito la platea. L’immancabile bottiglia di vino rosso riscalda lui ed iniziano i coinvolgenti duetti con il pubblico. Confortably Numb suonata con l’organo è una sorpresa deliziosa così come la versione chitarra e voce di Imagine. Unthought Known fa saltare tutti, Guaranteed e Rise ci portano nelle atmosfere “on the road” di Into the Wild.

Nel finale viene invitato sul palco Glen Hansard, suo grande amico, che rimarrà fino alla fine e permetterà a Vedder anche di alzarsi e liberarsi della chitarra. Il frontman dei PJ si lascia andare e travolge tutti con la sua energia: prima regala la bottiglia di vino ad un ragazzo in transenna,  poi scende nel pit e canta sorretto dal pubblico in visibilio. Falling Slowly, Song of good hope, Society e Smile raggiungono vette di intensità emotive fuori dalla portata di chiunque. Rockin’ in the free world di Neil Young fa scatenare anche giovanissimi rocker avvinghiati alle spalle dei genitori nelle prime file, inquadrati da un’ottima regia nei maxischermo. E’ delirio assoluto. Si chiude con Hard Sun ed è boato, gioia, ringraziamento.

Di Black abbiamo già parlato e quei video su youtube, noi che c’eravamo non smetteremo mai di vederli. Piangere, sorridere, saltare, cantare a squarciagola, l’adorazione, la commozione, vivere l’incanto: tutto questo è stato il concerto di Eddie Vedder a Firenze.

“Oggi sono qui senza la mia band ed è il più grande concerto solista che ho mai fatto, questo succede solo in Italia” – ha detto prima di iniziare. Che serata! Memorabile. Glorioso. Eddie Vedder.

 

Il glorioso arrivederci di Stefano Tallarico: gli Aerosmith si consegnano al futuro

Trasuda di rock’n roll e di emozioni il “ci vediamo” finale di Stefano Tallarico, in arte Steven Tyler, che dal suo habitat naturale, il palco, regala l’ultima intensa performance a diverse generazioni italiane che hanno amato ed ameranno gli Aerosmith. Un omaggio nostalgico e surreale ai fan: è questo infatti il leitmotiv del concerto tenuto ieri dalla storica band statunitense al Parco delle Cascine di Firenze. Nostalgico perché quella voglia disarmante di fare rock li accompagnera’ fino all’ultimo sospiro; surreale perché vederli spadroneggiare e dominare sul palco non sa affatto di passo d’addio.

La graffiante voce di Tyler è da decenni nell’Olimpo del rock (inutile fare classifiche, è lì insieme ad altre 4 o 5 divinità), un Joe Perry più bluesman che mai (molti fantastici chitarristi si sono ispirati a lui, vedi alla voce Slash) e la presenza scenica del frontman (considerata l’età, sugli standard dinamici di Mick Jagger e sui livelli elegiaci di Plant e Mercury) rendono la serata praticamente perfetta e senza sbavature.

Gli Aerosmith, infatti, rockeggiano senza pietà per un’ora affamata di rock’n roll. Sudore e cuore a ritmo infernale

“Tu sei pazzo” grida Tyler inneggiando al proprio bassista e  anticipando Sweet emotion prima di regalare alla platea fiorentina i brividi per la più bella canzone d’amore mai scritta, I don’t want to miss a thing.

Tyler, con l’entusiasmo di un ragazzino, continua a flirtare con l’asta e a volare leggiadro su Firenze che risponde presente e li onora di un caloroso tributo. Dream on e Walk This way concludono la scaletta.

Un concerto da “io c’ero”, un concerto in cui la stessa recensione e’ inutile: grazie per la vostra straordinaria carriera. Nient’altro da dire.

 

La più bella Opening Sequence della storia del cinema

Tra i film di guerra più celebri di sempre, Apocalypse Now (il cui titolo ribalta l’utopia positiva di Paradise Now, lo spettacolo del Living Theatre emblema della contestazione del 1968) si spinge nei meandri della follia e del dilemma morale rappresentato dalla guerra. La scena iniziale del film è un capolavoro nel capolavoro.

Tre considerazioni:

1. Sono bastati pochi secondi a Francis Ford Coppola per catapultare immediatamente lo spettatore in quell’inferno. Gli elicotteri, il bombardamento, il fuoco che brucia la vegetazione, il brillio alcolico degli occhi azzurri di Martin Sheen e la sovrapposizione di immagini che induce a voler osservare “oltre”. E, infine, Jim Morrison che poetizza l’incubo esiziale di “The End”, canzone resa immortale anche dall’accostamento con le cupe sovrimpressioni di Apocalypse now.

2) Benjamin L. Willard (Martin Sheen), capitano dell’esercito americano a Saigon con evidenti segni di disturbo post-traumatico da stress, si agita nella stanza d’albergo fino a perdere il controllo e scagliare un pugno contro uno specchio, mandandolo in frantumi. Sheen era ubriaco sul serio e la scena non era prevista nel copione: Coppola lasciò che l’attore improvvisasse e sia lui che Sheen vietarono alla troupe di interrompere le riprese quando Sheen colpì lo specchio ferendosi alla mano.

3) La opening sequence ti spinge immediatamente nei meandri della follia e del dilemma morale rappresentato dalla guerra. La prima è subito “una prospettiva assoluta, primordiale, infernale, che mette a nudo l’irrefrenabile ed inestirpabile follia che si annida nell’animo umano”. Guarda Apocalypse Now per la prima volta e vedrai ciò che il Colonnello Kurtz definisce “l’orrore” della guerra. L’attualità che si rincorre nella realtà anno dopo anno, decennio dopo decennio, con sfaccettature drammatiche e folli ma diverse.

Il Telefono

Al mio amico fregarono il telefono. Ed a quei tempi un cellulare costava una barca di soldi. In pochi ce l’avevano, mica come oggi che vedi un “seienne” smanettare come un ingegnere aeronautico su quei tasti numerati. Io avevo un mattoncino dell’Alcatel che pesava tra i due e i tre chili, che non ci entrava in tasca. Uscivo con lo zaino per portarmelo in giro. Era uno di quei cellulari di prima generazione che, quando qualcuno ti squillava, ti cancellava il messaggio mentre lo stavi scrivendo. Dovevi ricominciare a scriverlo daccapo. Col cazzo salvavi in bozze! Scrivevi un sms ed intanto pregavi  di non venire in mente a nessuno!

Mi pare piovigginasse quella sera. Eravamo appena usciti da un locale che in quel periodo andava forte. Finestrino scassato. Cellulare sparito…che poi quel coglioncello del mio amico che lo lascia sul sedile posteriore in bella vista! Ah ecco sempre per la questione delle tasche! Ma lo stereo non l’avevano toccato. Era uno stereo abbastanza ruvido, vecchiotto, questo è certo, ma pompava musica ancora alla grande, si mangiava centinaia di cassette e teneva duro! Era un grande stereo. È così strano eppure a volte ti ricordi più degli oggetti che delle persone. Dipende un po’ da come sei fatto ma il legame che stabilisci con alcuni oggetti della tua vita è forse più autentico rispetto ai fuggevoli incroci di emozioni che ti annodano, ad esempio, ad una donna degli anni scorsi. Io quello stereo me lo ricordo bene. Ma sorvoliamo. Rubarono anche le fiches. A quei tempi eravamo ottimi pokeristi, non questa stupida tombola del texas hold’em, poker vero, quello a cinque carte, quello che quando ti sedevi al tavolo facevi il duro, quello col bicchierino di whisky al lato, quello con la tensione addosso di quando bleffavi per fottere un tuo amico e fargli vedere le carte, sentire il suo “cazzo lo sapevo!” e godere. Bel modo di passare le notti.

Forse non avevamo di meglio da fare o forse era quello che realmente ci piaceva di più. Ci eravamo un po’ defilati dalla briscola e dal tresette sulle scale della chiesa e questo era già un grande obiettivo raggiunto! Quelle partite non finivano mai. Sinceramente io non capisco dove trovavamo il tempo di studiare o di fare tutte le cose che abbiamo fatto. Penso che la maggior parte della mia adolescenza-post-adolescenza l’ho trascorsa a giocare a carte. Bah! E tutto quel tempo che perdevamo a guardare quelli più grandi nei bar? Beh quello è stato davvero tempo perso. Tutto quello che si impara lo si impara sulla propria pelle. Non esistono grandi maestri, esistono le linee guida. Il calendario cristiano fu osannato tutto quella sera. Non mancava veramente nessuno all’appello. Almeno le fiches potevano lasciarcele! Rimanemmo lì per un’altra mezz’ora, sotto le stelle, a mandare a fanculo il mondo. A volte penso che quel che eravamo fossero persone diverse da quel che siamo ora. Ci dicono che si cresce, che si migliora, che si evolve, eppure a me piaceva di più quel ragazzetto estroso che prendeva tutto con la solita leggerezza. Era di un’altra tempra. Si rapportava alla società civile con un dinamismo diverso, senza quella diffidenza che ostacola i rapporti umani.

Risalimmo sulla Uno bordeaux, compagna di tante avventure, infilammo “Supernatural” nello stereo e chi se ne fotte “Play by Carlos Santana”! Bruno aveva già chiuso il bar ma le scale del Comune erano lì che ci aspettavano per parlare di lei, di quell’altra, della vacanza tanto attesa, di quanto ha perso quello, del come fare per entrare al “SECOLO XIII”, di cazzate, di superficiali, futili, frivole, insignificanti, inconsistenti ma godibilissime cazzate! E questo era quanto. Un ricordo in più o in ricordo in meno non fa la differenza. Le vite sono cambiate, la realtà è diversa, ma quel briciolo di memoria ti fa sorridere quando l’ombra della quotidianità fa velo ad un sole che a volte si nasconde dietro le nuvole e a volte no.

 

Gli sfigati del Rock: Chad Channing e l’addio ai Nirvana

Durante la cerimonia che conduceva, giustamente, i Pearl Jam nell’Olimpo della Rock’n Roll of Fame, sul palco del Barclays Center di Brooklyn, il bassista del gruppo di Seattle, Jeff Ament, ha voluto ricordare una parte di quanti non sono stati ammessi indossando una maglietta con su stampati i loro nomi.

Tra gli artisti che vi erano riportati Nine Inch Nails, Sonic Youth, Kraftwerk, Smiths, Elliott Smith, Motörhead, Kraftwerk, Kate Bush e il batterista originale dei Nirvana Chad Channing, il quale nel 2014 non fu introdotto nella Hall of Fame con il resto della band.

Oggi ci occupiamo proprio di lui. Chad Channing era alla fine degli anni ottanta un noto batterista nell’area di Seattle e, dopo avere assistito nel maggio 1988 a un concerto dei Nirvana, contatta il gruppo e dopo una jam session viene preso come elemento. Registrò molto materiale con la band, il singolo Love Buzz, l’EP Blew, la stragrande maggioranza del materiale facente parte di Bleach e parte di Incesticide, From the Muddy Banks of the Wishkah e With the Lights Out.

Alla fine di maggio del 1990, Chad lascia i Nirvana, nei quali verrà sostituito da Dave Grohl. Secondo quanto affermato più volte dallo stesso Dave Grohl alcune delle ritmiche degli album successivi alla sua dipartita prendono spunto da idee lasciate in eredità da Channing.

I dettagli della separazione sono raccontati dal libro di Gillian Gaar, “Nirvana-Entertain Us” . Secondo questa ricostruzione, Chad non lasciò il gruppo: ne fu allontanato. A quanto pare, però, fu lo stesso Channing a “spingere”, in qualche modo, Cobain e Novoselic a fare il primo passo. Alla base il desiderio della band di trovarsi un batterista migliore nel momento in cui si attuò il passaggio dalla Sub Pop ad una Major e quella sensazione di estraneità dal resto del gruppo sempre provata dal drummer di Santa Rosa.

Eppure lo stile di Channing si sposa con molte delle canzoni del periodo Bleach (emblematica in questo senso la session allo Smart Studio nell’Aprile del ’90). Poi, certo, risulta evidente che con Dave Grohl le cose andarono a migliorare ed i Nirvana sono diventati un fenomeno mondiale anche grazie a lui. Ma questo è un altro discorso.

Noi non possiamo non pensare a Chad e a cosa gli sia passato nella testa quando Nevermind è finito in vetta alla classifica statunitense Billboard 200. E i tour mondiali. E tutto il resto. Non deve aver trascorso dei bei pomeriggi.

Ora è chiaro che per chi ha contribuito a fare la storia dei Nirvana, partecipando alle registrazione dell’album di debutto Bleach e ad alcune parti del brano Polly (presente in Nevermind) prima di lasciare la batteria a Dave Grohl, reclamare per sé un piccolo posto nella Rock and Roll Hall of Fame non sia stata, evidentemente, una richiesta così tanto assurda. Ma il destino avverso non gli ha regalato neanche questa piccola soddisfazione.

Ebbene sì, anche Chad Channing finisce tra i personaggi che sono passati davanti all’ingresso principale dell’Olimpo del Rock e che, invece, sono finiti nel triste anonimato.

Sfigato del Rock numero due: onore a te Mr Channing.

Il Poeta

Sono farraginoso nel parlare eiaculando figure di merda oratorie una cazzata sì e una cazzata no

Lingua intorpidita d che diventano t l’interruttore nel cervello che fa clip clap

Valgo quanto un tagliando di un supermercato in operazioni di edulcorata espressione dialogica

Sono esattamente come quelle stronzate scritte sui bigliettini d’auguri

Siate pronti ai miei monosillabi di risposta quando darò un’intervista

 

Onestà intellettuale di merda a cena con chi usa il mio culo letterario

Vorrei essere un duro e strappare una percentuale in più sulla mia soddisfazione pecuniaria

Vorrei tenermi dentro un paio di lacrime quando mi sentirò malvagio pensando alla sfortuna globale

Per la prima volta sono stato sincero grandina d’estate non è tempo per andare al mare

Non disprezzatemi per questo poche persone decidono cosa in questo mondo

 

Non inculatemi avvoltoi assatanati desiderosi di strapparmi il cuore dal petto

Non pubblicatemi se detestate il mio mettere a nudo la mediocrità di questi stupidi infelici

Non mi do mai ascolto dovevo zappare la terra nella frescura di un’alba umida

Non datemi tregua se rinnegherò il titolo di questa poesia

Sono solo il figlio dei limoni degli anni ’70 e non fateci caso se non volete

 

Scriverò potendo fare qualunque altra inutile stronzata

fino all’ultima metaforica goccia d’inchiostro – il gioco incostante delle parole

Fino all’ultima pagina bianca – il tenero nulla in attesa di me

I miei occhi presuntuosi litigano con il cielo e con fiotti di nuvole che imperversano da quelle parti

Le mie mani pigiano tasti alla rinfusa il suono che ne esce è tenero quanto mordere un coltello

 

Bastano pochi zampilli d’immaginazione per rendere un favore alla mente dell’umanità?

O devi assolutamente vivere e solo poi sederti a riflettere sulle proiezioni della realtà sulla tua vita?

Il dubbio l’idea scrollati di dosso le tue paure scrivi di noi

Diventa un vero uomo e vivi una vita da uomo scrivi del silenzio

Scrivi l’ultima eterna lettera alla morte ed è quello

solo quello che alla fine resterà tra i tuoi testicoli delicati

e la bara

Gli sfigati del Rock: la vita di Pete Best mentre i Beatles conquistavano il mondo

Immaginate un po’ come sia stata difficile la vita per Pete Best.

Sapete chi è Pete Best? No Eh? Chi è che riesce ad associare il nome di Pete Best a quello dei Beatles? Pochi. Quasi nessuno.

Pete Best è stato il batterista dei Beatles tra il ’60 ed il ’62. Quando fu cacciato e sostituito con Ringo Starr, i Beatles cominciarono la propria scalata verso l’Olimpo della musica. Accadde nell’agosto del 1962: il produttore George Martin individuò Best come l’anello debole del gruppo e decise di licenziarlo, per ingaggiare Ringo Starr.

“I cambiamenti fanno parte della vita. Si è detto di tutto sui motivi di quella scelta, ma ancora oggi non saprei spiegare perché è successo. Restano solo due persone che conoscono la verità; se riesco a scoprirla, bene; altrimenti dormirò tranquillo lo stesso” – ha detto l’ex Beatle in una recente intervista.

Ma torniamo un pò indietro.

Proprio agli inizi, la madre gestiva parallelamente al manager ufficiale quello che lei amorevolmente definiva il “gruppo di Pete”, conducendone a Liverpool il quartier generale del Casbah e fornendo il supporto di un telefono fisso e del furgone per gli spostamenti del gruppo.

Pete aveva un carattere introverso e condotte che compromettevano l’unità della formazione, specialmente nel contesto di Amburgo, la città della prima scrittura per la band. Nella città tedesca, infatti, dopo i primi momenti cominciò a evidenziarsi un’incrinatura fra Best e il resto del gruppo. Il batterista aveva un carattere schivo e taciturno, che male si armonizzava con quello brillante e farsesco degli altri. Mentre tutti gli altri indossavano abiti uguali sul palco, Pete suonava in maniche di camicia. Il batterista fu l’unico a non adottare la nuova (oggi inguardabile) pettinatura a caschetto suggerita da Astrid Kirchher. E si rifiutò, a differenza del resto della band, di assumere le anfetamine – sotto forma di pastiglie di Preludin – che servivano per mantenere le energie durante quei tour de force.

Comunque, secondo alcune ricostruzioni, benché fosse l’elemento che legava meno col resto del gruppo e che preferiva appartarsi mentre gli altri elementi socializzavano, Best si era rivelato un elemento fondamentale per la notorietà dei Beatles: il batterista – che ad Amburgo aveva sviluppato un personale stile batteristico che gli aveva procurato il nome di “Atom Beat” – era molto popolare a Liverpool per il suo aspetto tenebroso e aveva un notevole seguito di ammiratrici, in certi casi molto superiore a quello degli altri componenti. Una volta, per accontentare le fan, si ricorse persino a un’insolita collocazione della batteria in primo piano rispetto agli altri strumentisti sul palco.

Altre ricostruzioni, invece, evidenziano come Best sia stato sostituito semplicemente perchè non era bravo quanto gli altri.

Sta di fatto che fu mandato via ed il suo posto fu preso da Ringo Starr. Da quel momento primi singoli e immediato successo planetario.

Si dice che Paul Mc Cartney abbia mantenuto rapporti costanti con l’ex membro, invitandolo spesso anche ai suoi concerti. Una magra consolazione. Cosa volete che vi dica, io non riesco a non farmi questa domanda: come sarà stata la vita di Pete, pensando che sarebbe potuto diventare il batterista più famoso del mondo, impaginato nella storia della musica per i prossimi due o tre secoli?

La risposta non riesco a trovarla o, forse, non esiste.

“Nessun rimpianto, è andata così” – ha detto Best, in un recente incontro a Torino con i fan italiani. Difficile credergli.

Pete Best, sfigato del rock numero uno. Ti vogliamo bene.

 

Foto Dailymail

Riappacificate i Gallagher: non ho ancora visto un concerto degli Oasis

La reunion degli Oasis è uno degli argomenti più dibattuti nel mondo della musica rock. Sono tantissimi i fan convinti che la band abbia ancora molto da dare al mondo della musica e sperano dunque in una riappacificazione tra i fratelli Gallagher.

“E’ lusinghiero il fatto che si parli ancora di noi e di quello che abbiamo fatto. Ma per certi versi è anche buffo, rappresenta alla perfezione la strana psiche inglese. Quando stavamo insieme la stampa non aspettava altro che la nostra ‘implosione’. Ora che ci siamo sciolti sembra che non vogliano altro che torniamo insieme.”

Parola di Noel Gallagher, uno che quando ha qualcosa da dire non si tira indietro, per usare un eufemismo. Ecco alcune perle:

Che tempo che fa e Fabio Fazio – «Quella trasmissione italiana è stata un cazzo di strazio. E non parlo del playback, ma dell’intervista. C’è una persona in carne e ossa davanti a te che ti fa delle domande in italiano, mentre un fantasma nell’orecchio te le traduce in inglese. Può succedere e quando succede è davvero imbarazzante».

One Direction – «Idioti del cazzo…e stanno vincendo. Gli unici a perdere sono gli imbecilli come me che alle 9:30 di mattina trascinano i figli fuori di casa per portarli a scuola. E poi hanno sputtanato una bellissima canzone di Blondie».

Essere fighi – «Non sei figo se te ne stai in un angolo, fumando sigarette, sorseggiando champagne tra una citazione di Kerouac e l’altra. Sei un figo se non te ne frega un cazzo di quello che dice la gente e di come ti vesti. Sei figo se non fai il figo».

Twitter – «Se fossi io a gestire il mio profilo Twitter, probabilmente sarei già in carcere. Tendo un po’ troppo a scrivere prima di pensare».

La Apple – «E poi è arrivata la Apple a distruggere questo mondo del cazzo. La cultura giovanile non esiste praticamente più, adesso si basa sui gadget tecnologici. È come se fosse la Apple a influenzare la cultura giovanile, non il contrario».

Adele – “Penso che la sua sia musica per nonnette”.

Il fratello Liam – «È selvaggio, arrogante, sinistro e pigro. Non potreste mai conoscere persona più arrabbiata a questo mondo. È un uomo con la forchetta su un pianeta di zuppe».

Il rapporto burrascoso con Liam è stato, probabilmente, il punto nevralgico dello scioglimento degli Oasis. Come dargli torto: Liam ha la presenza scenica di una comparsa di Gomorra, basta vederlo in questo “live in Manchester” (guarda il video qui sotto), per chiedersi e richiedersi cosa cazzo stia facendo durante i vari assoli che esaltano molte canzoni degli Oasis. Lo stesso Noel, si nota bene, ogni tanto lo guarda come si osserva un fratello minore quando sta facendo una cazzata e si prova in tutti i modi a dissociarsi da quel legame di sangue.

Insomma, nonostante l’inutile tamburello di Liam, l’arcinota mummifica posizione del frontman quando non sa che fare, nonostante tutto, mi farebbe piacere assistere ad un concerto degli Oasis. Anche perchè non ho mai provato l’emozione di ascoltare live inni da stadio come Little by Little o Don’t look back in Anger, o inni generazionali come Wonderwall, o pezzi che hanno trascinato folle oceaniche ed anime solitarie, nello stesso tempo, come Live Forever o Rock’n roll star.

In un modo o nell’altro riappacificate i Gallagher. Probabilmente ci migliorerà, un poco, la giornata.

 

 

 

Il dramma di chi è ossessionato dai “like” su facebook…

Il rischio del web è quello di rimanere costantemente delusi dalla scoperta che ciò che pensavamo di essere in realtà non è; di scoprire che è tutto un fugasi, che è irreale, che non c’è, che non esiste. Sul web si insinua la tristezza di una recita venuta male, la parte che cerca di sembrare per nascondere le debolezze di vite incazzate, zone oscure, interiorità “castrate”, insoddisfazioni perenni.

Facebook è la giustizia sociale che quotidianamente calpestiamo pensando di essere i paladini di qualcosa, è il mondo alla rovescia, è il business che ci tiene per le palle: dovremmo essere noi ad utilizzarlo ma in realtà è facebook che usa noi. Come pedine su una scacchiera, automi che possono fare solo quelle mosse. Siamo “letti” e continuiamo a caderci. Facebook è denaro.

Il “like” è quanto di più maniacalmente falso e abominevole sia stato inventato. È esso stesso un’ostentazione, la pratica di chi “deve” o dell’imbonitore seriale, del non frega un cazzo a nessuno ma…, del tanto per.

Bene, ho appena smontato parte dei pezzi che tengono insieme le nostre vite.

Quindi,ora, se avete il coraggio mettetemi un like.